Home Ennio Morricone, il genio del suono che amava Bagheria

Ennio Morricone, il genio del suono che amava Bagheria


Marianna La Barbera

Il compositore, deceduto all'alba del 6 luglio a Roma, era profondamente legato alla città d'origine dell'amico Giuseppe Tornatore con il quale realizzò uno dei sodalizi più proficui nella storia del cinema. Ben tredici i film insieme

Forse non tutti lo ricordano, o lo sanno, ma il 28 ottobre del 2006 l’allora sindaco di Bagheria Biagio Sciortino gli aveva conferito la cittadinanza onoraria durante una seduta straordinaria del Consiglio comunale, per suggellare un legame, umano e culturale, nato alla fine degli anni ottanta: del grande maestro Ennio Morricone, infatti, erano le musiche di “Nuovo Cinema Paradiso”, il capolavoro scritto e diretto dal regista bagherese Giuseppe Tornatore che, aggiudicandosi nel 1990 l’Oscar per il migliore film straniero, entrò definitivamente nell’Olimpo dei grandi del cinema di tutti i tempi. 

Un sodalizio tra due eccellenze proseguito nel tempo – ben tredici i film insieme –  e che nel 2009, con “Baaria”, tocca un altro momento clou nella vita artistica di entrambi: il maestro Morricone firma ancora una volta la colonna sonora del film che, con la “solita” perfezione, sottolinea stati d’animo, fatti e personaggi, aggiungendo un nuovo tassello alla sconfinata ricerca tematica che il compositore ha sempre portato avanti fino agli ultimi lavori. 

E che venne premiata con due Oscar: il primo, nel 2007, quale riconoscimento alla carriera e “ai contributi magnifici all’arte della musica da film” consegnatagli da un altro mostro sacro, l’attore Clint Eastwood, protagonista, insieme a lui e al regista Sergio Leone, dell’indimenticabile stagione degli spaghetti western, resa epica e autorevole anche dalle musiche del grande maestro, capace di scardinare tutti gli stilemi dell’epoca con un piglio insolitamente ironico, beffardo, a tratti cinico e persino iconoclasta. 

L’intreccio di tre talenti che, negli anni sessanta e settanta, rese Cinecittà uno dei poli cinematografici più ambiti e prestigiosi del mondo. 

Un periodo di incessante sperimentazione e vitalità artistica per il gigante delle colonne sonore, che lavorò anche con Duccio Tessari e Sergio Corbucci

La prestigiosa statuetta ritorna nel 2016, quando Morricone è già vicino al traguardo dei novant’anni, per le partiture del film “The Hateful Eight” di Quentin Tarantino, che, per sua stessa ammissione, aveva inseguito per anni il grande compositore, dichiarandogli per ben due volte il suo amore usandone la musica per “Kill Bill” nel 2003 e “Bastardi senza gloria” nel 2009. 

Una collaborazione certamente meno esaltante delle precedenti sotto il profilo umano ma ugualmente foriera di consensi: i tempi dell’ululato del coyote de “Il buono, il brutto e il cattivo” sono ormai lontanissimi e il maestro dà vita a una colonna sonora dominata non più dai tratti scanzonati degli spaghetti western, bensì dall’inquietudine, dai presagi ombrosi, con archi e fagotti che esprimono il senso di una minaccia incombente che diventa emblema della condizione umana senza tempo. 

Tutta la carriera e la vita di Morricone hanno rappresentato la declinazione perfetta della nozione di understatement, ovvero la minimizzazione di un talento mostruoso, che il detentore stesso ha sempre cercato di connotare con i tratti della normalità. 

Forse si tratta dell’unico tentativo che non gli è riuscito: paradossalmente, proprio nella volontà di perseguire la normalità assoluta dell’uomo comune, Morricone ha svelato al mondo una grandezza che non è mai riuscito a mimetizzare, neppure attraverso l’elegantissima modalità di commiato che ha scelto per salutare i suoi compagni di viaggio sulla terra. 

Un necrologio che esalta la sua dimensione di uomo di famiglia, soprattutto di marito, che oggi, ad Hollywood come a Cinecittà, rappresenta merce rara se non introvabile. 

Di lui, raccontano che si emozionasse ogni volta che sedeva al pianoforte, che amasse il cioccolato e che fosse un uomo buono e compassionevole, lontanissimo dallo stereotipo dell’artista inarrivabile e perso a compiacersi della propria irraggiungibile creatività. 

Eppure, meticoloso e per nulla disponibile a scendere a compromessi per obbedire alle sole logiche di mercato dettate dal mainstream

“Devo cercare di realizzare una colonna sonora che piaccia sia al regista, sia al pubblico che anche e soprattutto a me – dichiarò pubblicamente durante la cerimonia di assegnazione della sua stella nella Hollywood Walk of Fame nel 2016 – altrimenti non sono contento: non posso tradire la mia musica”.