Home Cultura e società Cazzi, mazzi e ramurazzi: la sicilianità non è vergogna

Cazzi, mazzi e ramurazzi: la sicilianità non è vergogna


Michele Sardo

Dialetto, proverbi e detti: tutta cultura da tramandare

Sì curnutu tu e cu ti viesti ‘a matina: inizia così la carrellata sui detti popolari, un piccolo viaggio nell’universo di una lingua, e non un dialetto, che riserva mille sorprese, e si distingue per saggezza ed elasticità. Il siciliano è unico nel suo genere, un idioma che riesce a dare ad un semplice termine mille sfaccettature e mille significati. È il caso per esempio del “cornuto” che in Sicilia, soprattutto a Palermo, può significare tutto e il contrario di tutto. Il caso sopra descritto è emblematico. Il genitore sembra offendere il figlio ma in realtà gli fa un complimento: sei monello, ma nascondi una grande furbizia, che hai ereditato dai tuoi genitori.

CORNUTO TU…

Ma cornuto può essere anche la madre di tutte le offese, per un siciliano che non vuole mai toccate la sua terra e soprattutto la famiglia e la moglie. L’onore e il rispetto prima di tutto. E quindi curnutu tu e cu un tu rici puru, rafforzativo, perché non basta che te lo dica solo io. I nostri nonni raccontavano di padri di famiglia che quando tornavano a casa, davanti all’uscio, davano uno schiaffo alle proprie mogli. Perché non si sa mai. Nel dubbio che in loro assenza avessero fatto qualcosa di male le punivano e si levavano il pensiero. Come si suol dire, megghiu riri chi sacciu ca chi sapia, è meglio non avere rimpianti.

PADRI, FIGLI E PORCI

E poi il rapporto coi figli, che i siciliani vivono non bene, sapendo che prima o poi li perderanno: “un patri campa centu figghi e centu figghi un campanu un patri” si suole dire, soprattutto quando si viene a sapere di un padre o di una madre di cui i figli poco si interessano. A volte è meglio nutricari puorci. “Ma ognuno ha la sua storia” diceva qualcun altro e spesso i panni sporchi è meglio lavarli in famiglia, altrimenti può capitare che parri cu tu suoggira e ti sienti to nuora oppure che i muri unn’annu aricchi e sientunu, perché si sa, la curiosità è un piccatu ma è un pinseri livatu.

SUOCERE E NUORE

A proposito di suocere e nuore, in questo contesto i detti popolari si sprecano, ma uno in particolare merita una menzione: A fimmina quannu è zita avi sette mani e una lingua, ma quannu si marita ci spuntanu sette lingue e una mano. Naturalmente, neanche a dirlo, il detto sarà stato coniato da una suocera. E non da un suocero, che il più delle volte, in Sicilia, si disinteressa: l’acqua lu vagna e u ventu l’asciuca.

Il maschio è cacciatore e a pagghia mmienzu u foco adduma e se, Dio nni scanzi, la fimmina “esce incinta”, per la suocera a suo figlio l’hanno incastrato e non può che essere stata una fimmina ruvina casate, ovvero una nata per rovinare le buone famiglie. Una poco di buono, in sostanza.

STORIE DI MAPPINE E FOULARD

Ma i detti popolari ci ricordano anche che ci sono gli amici e i parenti, da cui un cià accattari e a cui un cià binniri nenti. Che potrebbe sembrare un’assurdità, un paradosso, ma se ci pensiamo bene è un consiglio molto saggio. Amici e parenti pretendono infatti favori, sconti, abbuoni, e non sono mai contenti perché di mezzo c’è un legame, di sangue o di affetto. E siccome una mappina non può diventare un foulard, la probabilità che si possa incorrere in qualche discussione animata o in una “mezza sciarra” è alta.

IL CIBO NON MANCA MAI

Attenzione, perché quando si guardano bene le cose, si può restare delusi, visto che a volte è chiossai u fango ca scaruola ed è meglio prendere le distanze dall’inconcludente ca pigghia cazzi pi ramurazzi. Per i continentali o i forestieri la scaruola e i ramurazzi, sono l’indivia – da non scambiare con l’invidia (quella fa male) – e i ravanelli. Perché il siciliano il cibo lo mette ovunque, pure nei proverbi.

Ramurazzi
I ramurazzi

AGNEDDU E SUCU

Che dirvi ancora, la speranza è che certi detti come questi e mille altri ancora, alcuni attuali alcuni antichi come il cucco, i proverbi e il nostro dialetto possano resistere alla modernità ed essere tramandati, senza vergogna, alle future generazioni, (anche se a megghiu paruola è chidda ca un si rici). La conclusione, quindi, appare scontata agneddu e sucu (a favorire) e finìu u vattiu. Anche se per adesso festeggiare i vattìi, ovvero i battesimi, è vietato. Ma non vi preoccupate, u stessu muortu ‘nzigna a chianciri, e questo brutto momento ci renderà più forti di prima (speriamo).

(Michele Sardo da quntastories.it)

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