Home Dall'Italia Ciro Grillo e compagni rinviati a giudizio per violenza sessuale di gruppo

Ciro Grillo e compagni rinviati a giudizio per violenza sessuale di gruppo


Pippo Maniscalco

Il Gup ha deciso per il rinvio a giudizio sulla richiesta avanzata dalla procura per il figlio di Beppe Grillo e i suoi tre amici

Sono stati rinviati a giudizio i quattro giovani imputati a Tempio Pausania, in Sardegna, per violenza sessuale di gruppo. Il giudice per l’udienza preliminare Caterina Interlandi ha mandato a processo Ciro Grillo, figlio del comico e fondatore dei 5 Stelle Beppe, e dei tre amici Edoardo Capitta (difeso dagli avvocati Ernesto Monteverde e Mariano Mameli), Vittorio Lauria (legale Alessandro Vaccaro), e Francesco Corsiglia (avvocati Romano Raimondo e Gennaro Velle). Ciro Grillo è difeso dal cugino Enrico Grillo e da Andrea Vernazza.

In aula a rappresentare l’accusa c’era il procuratore capo Gregorio Capasso. Dopo il trasferimento del sostituto Laura Bassani, che era titolare dell’inchiesta, al tribunale dei minori di Sassari. I quattro ragazzi sono accusati di violenza sessuale ai danni di una ragazza di 19 anni italo norvegese, nell’estate del 2019, nella villa estiva di Grillo a Porto Cervo dopo una serata trascorsa nei locali della Costa Smeralda.

L’AVVOCATO BONGIORNO LEGALE DELLA RAGAZZA

l’avvocato Giulia Bongiorno, legale della ragazza, uscendo dal Tribunale in attesa della decisione della Gup aveva detto: «Ci sono tanti riscontri contro gli imputati. Ma abbiamo anche la “scatola nera”. Che comprende tutte le intercettazioni e le chat, come quelle della mia assistita nella stessa notte dello stupro». Poi aveva aggiunto: «Nonostante la Cassazione ritenga che le dichiarazioni della persona offesa di un delitto di violenza sessuale, dopo la verifica della credibilità, costituiscano di per sé prova per una condanna, in questo processo ci sono numerosi riscontri. Ed anche le “scatole nere” su cui oggi ho puntato nel mio intervento». Il legale di Francesco Corsiglia invece aveva sostenuto: «È inutile andare a processo perché l’impianto accusatorio è inconsistente».

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