Home Due anni fa ci lasciava Rita Borsellino, una donna al confine del sogno

Due anni fa ci lasciava Rita Borsellino, una donna al confine del sogno


Angelo Scuderi

Proviamo a immaginare se avesse sconfitto Totò Cuffaro nel 2006 o se fosse diventata sindaco di Palermo…

A volte è piacevole immaginare che si possa riscrivere la storia, di Palermo e della Sicilia, partendo da dettagli per nulla banali ma che in fondo servono soltanto a tenere attiva la nostra fantasia. Due anni fa moriva Rita Borsellino, la sorella del giudice Paolo, una a cui tanti siciliani dovrebbero dire grazie per avere avuto il coraggio di provarci e di metterci la faccia.

Rita fu rifiutata da Palermo e dai siciliani che non la vollero come sindaco e nemmeno come presidente della Regione. Torniamo a quei giorni e immergiamoci nel gioco dei se. Se avesse vinto la sfida con Totò Cuffaro in quel 2006 che cosa sarebbe accaduto in Sicilia? Innanzitutto – e non è cosa da poco – la Regione si sarebbe evitata quella pagina vergognosa delle dimissioni del suo legittimo presidente indagato per mafia. E paradossalmente, forse, ne avrebbe beneficiato anche lo stesso Cuffaro, perché, chissà, un passetto indietro prima delle fasi processuali avrebbe potuto produrre effetti meno drastici sul piano della condanna. Brutto dirlo, ancora di più pensarlo, ma visto che siamo sul piano della fantasia…

E allora, Rita Borsellino presidente della Regione, la prima del centrosinistra eletta direttamente dal popolo. E’ lecito supporre, considerati alcuni aspetti caratteriali non proprio concilianti con la diplomazia, che non sarebbero stati rose e fiori neanche per i partiti della sua coalizione. Ma ci viene difficile ipotizzare che avrebbe fatto peggio di Crocetta, perché il cuore e l’anima di Rita erano fatti di una pasta refrattaria a pastrocchie e malaffare. Genetica, direte. No, cultura è la risposta esatta.

Pensate, non ci sarebbe stato probabilmente neanche Raffaele Lombardo, l’altro gnegnè della politica siciliana che sostituì con un plebiscito che ancora pesa sulla coscienza dei siciliani il dimissionario Cuffaro. Non ci sarebbe stato perché quello era un treno che passa una sola volta nella vita e ritardarne l’arrivo avrebbe avuto il significato dell’annullamento della corsa. E forse un’idea di autonomismo si sarebbe potuta radicare anche in Sicilia in maniera più strutturata e non assemblando pezzi residuali di altri partiti, messi insieme per convenienza elettorale e infatti evaporata non appena cessato il venticello favorevole che soffiava alle sue spalle.

La Sicilia non avrebbe avuto Rosario Crocetta e il suo ingombrante fardello di Lumia e Montante e quei 5 anni buttati al vento che la sinistra intera dovrebbe avere il coraggio di ripudiare se avesse il coraggio di una seria autocritica. Quanti presidenti sbagliati, uno dietro l’altro, come se il sistema dell’elezione diretta respingesse l’ipotesi di soluzioni virtuose e fosse un’istigazione al nulla politico, nella migliore delle ipotesi.

Rimpianti tanti, ma le chiacchiere stanno a zero. Rita perse contro Cuffaro, prendendo il 5% di voti in più di Leoluca Orlando, anch’egli inciampato nell’ostacolo vasa vasa cinque anni prima. E così abbiamo avuto il Cuffaro bis con i suoi strascichi giudiziari, la Sicilia consegnata alla madonna (qualcuno ci spieghi che cosa vorrebbe dire se non un rimando alla medievalità di cui non riusciamo a liberarci), Lombardo, Crocetta e tutto ciò che conosciamo bene.

Sei anni dopo Rita ci riprovò a Palermo, scenario più o meno simile al 2006. La città usciva dall’esperienza Cammarata, precocemente interrotta dallo stesso centrodestra per provare a difendere l’indifendibile. Quell’anno non c’erano dubbi sul fatto che il blocco moderato avrebbe perso. Dall’altro lato c’era però da superare lo scoglio delle primarie, il cui meccanismo non è che sia limpidissimo visto che elettori dell’opposto schieramento possono serenamente infiltrarsi condizionando così l’esito finale. Orlando, che inizialmente stava con la Borsellino, la sconsigliò di partecipare a questa finta espressione democratica, subdorando la trappola. Rita invece accettò la sfida. E la perse, perché con Fabrizio Ferrandelli si schierò Cracolici e la maggior parte del Pd e anche qualche frangia “dell’altro lato” (leggasi le truppe cammellate palermitane di Lombardo). Il risultato fu quello che fu e determinò l’ennesima discesa in campo di Orlando. Rita sindaco avrebbe consegnato l’eterno Leoluca alla storia, la sua sconfitta l’ha invece ancorato alla cronaca con gli effetti che sono a tutti visibili.

Ma Rita era una donna istintivamente schierata dalla parte del difficile. Le sue vittorie appartengono più agli aspetti legati alla crescita delle coscienze che agli scrutini elettorali. Sia chiaro, ciò suona più come un merito che come un difetto. E ci piace ricordarla così, perché nelle sconfitte è più semplice leggere talvolta la qualità dell’essere umano. Resta il fatto che resta una delle occasioni sprecate più grandi di questa terra che in politica come nella vita di tutti i giorni preferisce tenere la donna un passo indietro, al confine del sogno.