Home Sport Lo sport si inchina al Re del tennis: la grandezza di Federer e di un’eredità da raccogliere

Lo sport si inchina al Re del tennis: la grandezza di Federer e di un’eredità da raccogliere


Giuseppe D'Agostino

Federer

Un proverbio africano dice che quando i leoni scompaiono, la loro storia la raccontano i cacciatori. Così, quando un Re dello sport annuncia il suo addio, i primi a rendergli omaggio non sono i tifosi o gli sportivi che per 24 anni hanno goduto delle sue imprese, ma gli avversari. Avversari e contemporaneamente ammiratori, perchè chi scrive pagine epiche su un campo sportivo, qualsiasi esso sia, lascia una traccia indelebile nella memoria di chi lo ha affrontato, e solo chi sa davvero cosa significhi eccellere a livello professionistico nello sport capisce la grandezza delle sue imprese: era un modello a cui ispirarsi, un obiettivo a cui tendere, uno stimolo per alzare l’asticella sempre più in alto.

Roger Federer, uno dei più grandi tennisti di tutti i tempi, ha annunciato ufficialmente il suo ritiro. La notizia è piombata ieri nel mondo dello sport mondiale, e sebbene fosse attesa da un po’ (lo svizzero non scendeva in campo ormai da più di un anno ed era addirittura uscito dalla classifica ATP) nessuno di noi voleva rassegnarsi all’idea che la sua saga terminasse. Confessiamolo, ciascuno di noi sperava segretamente di rivederlo in campo in uno Slam, di godere ancora una volta di quel suo tennis perfetto, da manuale, di quei “gesti bianchi” come li chiamava l’immortale Gianni Clerici) che in lui avevano trovato la sublimazione più alta.

Sgombriamo subito il campo dal concetto più ingombrante: definirlo il più grande di tutti i tempi è come sempre soggettivo. Sicuramente è nell’Olimpo dei grandi, di coloro che non solo hanno contribuito a rendere il tennis quello è oggi, ma anche essere esempio per i suoi comportamenti perfetti dentro e fuori dal campo. Elencare i suoi numeri è superfluo un po’ come per Serena Williams, e basta aprire Wikipedia per leggerli. Meglio concentrarsi su ciò che faceva in campo: un servizio che pur non viaggiando a velocità supersonica rendeva le risposte complesse, un dritto e un rovescio che sembravano le pennellate di un pittore fiammingo, un gioco di volo che riportava con la mente ai grandi specialisti delle racchette di legno, una concentrazione e un atteggiamento mentale da monaco zen.

E’ sicuramente stato uno dei pochissimi tennisti senza punti deboli, e su quei pochi che aveva è riuscito nel corso della carriera a lavorare con una metodicità e una costanza rarissime nel tennis e nello sport in generale. Ha affrontato e battuto tutti i più grandi della sua epoca, ha formato con Nadal, Djokovic e Murray un quartetto di sublimi spadaccini della racchetta capaci di dominare il tennis mondiale per una generazione e incantare chiunque, anche coloro che non erano abituati ad amare il tennis. Ha spinto migliaia di ragazzi a chiedere ai genitori “mi compri una racchetta?” tracciando una linea di confine che per anni sarà difficilmente superabile, e a cui ora sono chiamati a tendere le next generations come Alcaraz, Sinner (che ha dichiarato “il mio più grande rimpianto è non averlo mai affrontato in torneo”) e Berrettini (che dopo la severa sconfitta patita contro di lui sul centrale di Wimbledon gli disse ironicamente e con grande ammirazione “quanto devo pagarti per la lezione?”).

“Ringrazierò sempre il tennis, per aver trasformato in realtà il sogno di un piccolo bambino di Basilea che faceva il raccattapalle”. Con queste parole Roger Federer si è congedato dal tennis, ribadendo la sua dichiarazione d’amore verso lo sport che gli ha dato tutto e a cui lui ha dato ancora di più. Quel sogno che lui ha lasciato in eredità a tutti coloro che lo hanno visto, e a cui ha insegnato quanto lo sport sia davvero e senza metafore poesia in movimento.

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