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Omicidio di Caccamo, Morreale: “Roberta Siragusa si è uccisa”


Redazione PL

Il fidanzato di Roberta, unico imputato nel processo, nega di averla uccisa

caccamo

Continua il processo sul caso di Roberta Siragusa, 17enne morta nella notte tra il 23 e il 24 gennaio dello scorso anno a Caccamo. Ieri, 17 giugno, in tribunale è stato sentito il fidanzato, Pietro Morreale, unico imputato, accusato dell’omicidio della giovane. A Morreale sono contestate anche le aggravanti di avere commesso il fatto contro una persona a lui legata da relazione affettiva, la premeditazione e l’aver agito con crudeltà.

MORREALE NEGA L’OMICIDIO: “ROBERTA SI È UCCISA”

L’imputato ha ripercorso nella sua deposizione tutta la serata e la notte del 23 gennaio. La sua versione è quella del suicidio: Roberta si sarebbe gettata addosso la benzina che lui aveva in auto per la sua Vespa. Il ragazzo ha anche affermato di non avere avuto un rapporto conflittuale con la 17enne; i due litigavano come una normale coppia.

Ha negato, quindi, una serie di fatti riferiti da vari testimoni che hanno deposto al processo. Tra questi, ad esempio, il pugno che avrebbe dato a Roberta, documentato in udienza da prova fotografica. Una circostanza provata anche con tutti i testimoni che ne erano venuti a conoscenza. Morreale ha affermato invece di averle dato solo uno schiaffo una volta.

Il ragazzo ha dichiarato anche di non ricordare come fosse vestito la sera della morte di Roberta. Le immagini lo ritraggono con una tuta Adidas; il giovane dice di non ricordare che fine abbia fatto il capo. Non lo indossava tuttavia quando venne trattenuto in caserma. Ha poi confermato di essersi recato a casa dopo la morte di Roberta, per lavarsi le mani sporche e maleodoranti. Ha prelevato alcuni sacchi di spazzatura, che ha posizionato sul sedile posteriore dell’auto per mettere il corpo di Roberta. Sarebbe andato quindi a fare un giro a Monterotondo perché Roberta gli aveva detto che, in caso fosse morta, avrebbe dovuto essere portata lì. Ha negato dunque di essere andato a fare un sopralluogo.

IL DEPISTAGGIO

Secondo la testimonianza del giovane, quella sera sarebbe stata proprio Roberta a voler uscire e trascorrere la serata in casa di amici; lui non era dello stesso avviso. Dopo diverse ore, tornando a casa, i due avrebbero deciso di appartarsi al campo sportivo. Roberta avrebbe lì confessato di sentirsi con un altro ragazzo, avrebbe poi preso la bottiglia di benzina e si sarebbe data fuoco. Questa la versione riferita da Morreale, che ha avuto un momento di commozione.

Morreale ha sostenuto anche di aver tentato di dare soccorso a Roberta; ha negato invece di aver telefonato ad un amico per giocare alla play station mentre attendeva che il corpo finisse di bruciare. Tuttavia, la difesa obietta che le immagini e i dati dei cellulari dimostrano che quando ha eseguito la telefonata Roberta stava bruciando ancora.

“Siamo scesi nel dirupo”, ha detto il giovane nel corso racconto, usando un’espressione su cui il Pubblico Ministero e la Corte hanno chiesto spiegazioni. Il giovane si è però giustificato affermando di aver usato il plurale per riferirsi a sé stesso con in braccio Roberta. Gli è stato allora contestato che era impossibile scendere dall’impervio dirupo senza luce. Il giovane sarebbe stato aiutato da quella della luna. “Non ricordo”, la risposta che ha poi fornito ad altre domande.

Un altro punto controverso sono i messaggi e le chiamate effettuate da Morreale quando al mattino tutti stavano cercando Roberta. L’accusa interpreta la circostanza come un tentativo di depistaggio. A richiesta del pm delle ragioni del gesto, Morreale ha risposto di non sapere perché avesse reagito così, forse non voleva credere che Roberta fosse morta.

IL CONSULENTE: “ESCLUSO L’EVENTO SUICIDARIO”

Ad interrogare Morreale, oltre che i giudici, sono stati anche i legali della famiglia di Roberta, costituitasi parte civile al processo. Si tratta degli avvocati Sergio Burgio, Giuseppe Canzone, Giovanni Castronovo e Simona Lo Verde.

La prima parte dell’udienza aveva visto l’esposizione del dottor Manfredi Rubino, dirigente medico dell’unità di medicina legale e delle assicurazioni del Policlinico di Palermo. Questi ha confermato la bontà delle conclusioni a cui è pervenuto il dottor Asmundo, Ctu nominato nella fase delle indagini preliminari. Alla domanda dell’avvocato Sergio Burgio, ha risposto confermando che dalle risultanze dell’esame autoptico e da quanto emerso dalle tipologie di ferite e delle zone interessate dalle ustioni gravissime, si può escludere con estrema probabilità che si sia trattato di un evento suicidario.

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