VIDEO| Agguato allo Zen: “Fatto grave per epilogo e modalità”

Nuovi dettagli sull’operazione di questa notte. Le parole del Capo della Squadra Mobile Rodolfo Ruperti.

Squadra Mobile, conferenza su arresti allo Zen

Durante la conferenza stampa svoltasi nei locali del comprensorio Santa Elisabetta, in piazza della Vittoria, sono emersi nuovi dettagli sul blitz effettuato alle prime luci dell’alba fra le strade del quartiere Zen, a Palermo.

Un’operazione che ha visto una stretta collaborazione fra gli uomini della Squadra Mobile della polizia di Stato e quelli della Procura della Repubblica -Direzione Distrettuale AntiMafia. Una partnership sottolineata anche dal capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti e che ha portato all’arresto di quattro malviventi palermitani. Si tratta di Giovanni Cefali (52 anni) e suo figlio Nicolò (23 anni), Vincenzo Maranzano (48 anni) e Attanasio Fava (36 anni).

LE PAROLE DEL CAPO DELLA SQUADRA MOBILE RODOLFO RUPERTI

Riprese e Montaggio di Giuseppe Alberto Martorana

A margine della conferenza stampa, il capo della Squadra Mobile di Palermo Rodolfo Ruperti ha così commentato i fatti avvenuti nel quartiere Zen.

E’ un fatto molto grave non solo per l’epilogo, ma per le modalità dell’operazione. Era da tempo che non si registrava un episodio così dimostrativo e cruento. Proprio per questo motivo, le indagini sono state coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, che ha emesso questi quattro provvedimento di fermo che, dopo aver cinturato tutto lo Zen, abbiamo eseguito”.

“Un’azione dimostrativa, mandando avanti una presenza di uomini elevata, non solo nei confronti dei Colombo ma anche per il quartiere e per quelle che sono le parti avverse, ovvero le forze dell’ordine. Un modo per impedire ad eventuali soggetti di denunciare l’agguato avvenuto nei propri confronti”.

CENTO AGENTI IMPEGNATI

Per i quattro soggetti implicati nell’operazione odierna, la squadra mobile della Questura di Palermo ha eseguito un provvedimento di fermo di indiziato di delitto, aggravato dal metodo mafioso. L’accusa è quella di avere fatto parte del commando che, martedì scorso, ha attentato alla vita di Giuseppe Colombo e dei suoi figli Antonino e Fabrizio. Gli arrestati sono ritenuti quindi complici dei fratelli Pietro e Letterio Maranzano, già tratti in arresto dalla DDA.

Un blitz, quello di questa mattina, che ha richiesto un dispiegamento di forze enorme: oltre 100 gli agenti impegnati per chiudere tutte le vie di fuga e bloccare i malviventi. Gli agenti sono stati coadiuvati anche dall’assistenza di diversi elicotteri.

“MAI REGISTRATA UN’AZIONE COSI’ VIOLENTA”

“Un’azione così violenta, dimostrativa ed incurante di quello che poteva accadere non si è mai registrata”, commentano gli uomini della squadra mobile in conferenza stampa. “Un’azione dimostrativa della forza militare dei Maranzano (verso le altre famiglie e le forze dell’ordine), che si sono presentati sulla scena del crimine con più macchine e più motori, iniziando a sparare contro i fuggitivi, che si sono salvati grazie alla presenza di una macchina lì vicino che gli ha permesso di scappare”.

“E’ una vera operazione antimafia – sottolineano gli agenti -, in quanto si è andati a toccare quel sottobosco che alimenta la famiglia mafiosa dello Zen”. Nomi già noti alle forze dell’ordine quelli dei Maranzano, che hanno agito con metodi estremi e risolutivi. In particolare quello del fratello maggiore, Letterio, in quanto ritenuto organico alle famiglie mafiose dello Zen e già gravato da precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso. Movimenti, quelli all’interno della borgata, a suo volta ricollegati agli equilibri del mandamento di San Lorenzo.

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI

Una mattina, all’interno di un bar, si trovano Giuseppe Colombo, insieme alla compagna e ai suoi due figli. Dopo un pò arrivano i fratelli Pietro e Letterio Maranzano, con altre persone tra le quali Giovanni e Nicolò Cefali. I due gruppi si passano a fianco e, a seguito di una pacca sulla spalla, si scatena un diverbio che porta ad una rissa. La cosa è stata poi confermata anche dalle immagini di videosorveglianza del bar, acquisite dagli inquirenti.

Lo scenario si sposta qualche ora dopo allo Zen 2, in via Filippo Patti. Qui i Colombo sono vittime di un vero e proprio assalto armato. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, sul posto sono arrivate almeno tre auto, coadiuvate da un numero imprecisato di motori e scooter. Un commando di cui facevano parte almeno una decina di persone e di cui i fermati odierni sono stati ritenuti parte attiva.

Particolare rilevanza assume la posizione di Giovanni Cefali, chiamato in causa da Giuseppe Colombo per cercare una mediazione con i Maranzano. Secondo quanto riferito dagli uomini della squadra mobile, Cefali avrebbe sottolineato che “una mediazione era ormai impossibile”.

Maranzano avrebbe chiesto a Colombo di “mandare i suoi figli per uno scontro in un luogo chiuso fra i figli di Colombo e i soggetti collegati al suo clan. Metodi decisamente tribali”. Il padre non avrebbe acconsentito e avrebbe chiesto un incontro allo stesso bar con Letterio Maranzano, sempre tramite Giovanni Cefali.

IL BLITZ DEL COMMANDO ARMATO ALLO ZEN

Giuseppe Colombo aspetta al bar una decina di minuti. Dopo di che arriva Cefali che gli dice che non c’era possibilità di mediazione. Colombo allora corre in via Filippo Patti dai figli, per avvertirli. Ma non fa in tempo a parlare che arriva Cefali, seguito da altre macchine e moto, con una decina di soggetti al seguito, che aggrediscono Colombo prima fisicamente, poi escono le pistole.

Secondo quanto riferito dagli uomini della squadra mobile, sono almeno una decina i colpi esplosi, riferibili almeno a tre differenti pistole. Una ricostruzione che tiene conto anche del tentativo di ripulire la scena del crimine. Al momento inoltre, non sono state ritrovate le armi associate al crimine.